C come contratto

Da tempo il mio alfabeto educante aspettava di essere continuato: tra lavoro, vita privata (leggi come: lavoro extra non retribuito) e zero voglia di accendere il pc ho lasciato decantare a lungo questo post nelle bozze.
A questo aggiungete una buona dose di incertezza e ansia da prestazione in cui mi chiedo a che titolo io parli di educazione e di lavoro nel campo dell’educativa: non sono un educatrice professionale, non ho alle spalle anni di scuole specifiche per operare in questo campo ma ho solo la mia esperienza professionale ( e il mio utilissimo diploma di ludotecaria…vi serve un fazzoletto?)…poi mi ricordo che il web è enorme e può esserci un posto anche per me e riparto!
Ed eccoci finalmente qui con  la lettera C…come contratto! Attenzione: questo non è un post serio, con le varie tipologie di contratto che offre il mercato degli educatori, ma è più uno sfogo delle miserie e delle gioie (rare) che mi sono accadute in dieci anni di lavoro nel settore. Astenersi persone senza ironia.

contributo-scolastico

L’universo contrattuale del educatore é un mistero. Talmente
un mistero che a volte sembra quasi non esistere. Al momento i più quotati sono i contratti per istruttore sportivo (anche quando l’unico sport praticato è l’urlo al ragazzino che puntualmente fa casino), inferiori a 7.000 euro l’anno, seguiti a ruota dal rimborso spese per l’educatore affidatario per 200 euro al mese.  Ebbene si, uno deve fare da figura di riferimento per un adolescente in piena ribellione (quando va bene) per 200 euro al mese, ed è un pure rimborso spese!
Vivo nel terrore che un ipotetica signora della contabilità mi chiami un giorno per portargli gli scontrini delle spese sostenute mensilmente, oltre al resto dei soldi non usati chiaramente.

Colpa forse di una società che non rispetta (o non capisce) l’importanza di un mestiere del genere, siamo prigionieri di uno stereotipo per cui un giorno “troverai un vero lavoro e smetterai di fare questo” (cosa che mi è stata detta realmente da un assistente sociale), il giovane educatore che voglia fare di questo mestiere la sua retribuzione principale si trova costretto ad accumulare più lavori possibili per riuscire a far quadrare i conti a fine mese. Così si passa dal lottare per far fare i compiti agli affidatari alla mensa della scuola media, passando per i pre-post scuola e tutte le altre formule possibili immaginarie.

E quelli che hanno il titolo di educatore professionale? Insomma, io sono l’ultimo gradino della piramide alimentare, una misera ludotecaria con un diploma di cui non frega nulla a nessuno, ma i laureati, quelli bravi e competenti, che fine fanno?
Vorrete mica dirmi che al nido le maestre sono precarie?
Che nella maggior parte dei casi i lavoratori di comunità sono da anni in attesa di assunzione, vero?
O che gli stessi assistenti sociali sono precari, assunti per qualche mese e poi lasciati a casa?

In apertura ho scritto delle (rare) gioie che questo mestiere può dare a livello contrattuale: quest’anno, per la prima volta nella mia vita, ho una busta paga con i contributi. Sono sempre assunta a tempo determinato, con agenzia interinale e sacrificio di capretti ad ogni luna piena ma ho i CONTRIBUTI e la (misera) TREDICESIMA! 

 

 

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